FEBBRE.
ALTA, PER DUE GIORNI.
ORA STO' BENE, MA HO AVUTO LE ALLUCINAZIONI.
HO VISTO COSE....
SIMONA & SIMONA LIBERE
E DESIDEROSE DI RITORNARE AD AIUTARE
QUEI POVERI BIMBI...
E BUSH CHE PERDE LE ELEZIONI
E SILVIO B. CHE REGALA TUTTO E SI FA FRATE...
DITEMI, QUALCOSA SI E' AVVERATO?
NEL FRA_TTEMPO, VI LASCIO ALLE PAROLE
DI UN CARO AMICO, CHE MI E' VENUTO A TROVARE:
IO LE TROVO BELLISSIME.
PROVATE A LEGGERLE ANCHE VOI, E DAVVERO, A UNIRVI A NOI.
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente...
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace..
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno...
Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o rabbia
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
condividere il mondo intero...
john lennon
IL SENSO DELLA SCRITTURA.
(QUANDO
-A volte mi pesa scrivere.-
-Non farlo, allora, nessuno ti obbliga.-
-Grazie, sei davvero incoraggiante, stimolante, è un piacere parlare con te.-
Che senso ha scrivere
Qualunque cosa
In giorni come questi?
Bruciano le case e i corpi di Beslan
Rivoli di sangue di uomini sgozzati in Iraq
Ancora nascono deformi a Hiroshima e Nagasachi
In Africa si lavora di machete
Ancora puzza il Vietnam di napalm
Qualcuno compra gli organi al mercato
Ho visto schiave nuove sotto i ponti
Minacce per girare il capo altrove
Qualunque cosa scrivere
In giorni come questi
Che senso ha
E ridere, e piangere..
Piangiamo più spesso per un film che per un uomo in strada
Che senso scrivere Qualunque cosa in questi giorni…
E poi ti guardi indietro,
neanche troppo lontano,
e vedi anime in fila verso i forni
e coperte infette da regalare agli indios
e pali da infilarci corpi
e croci
e altari a cui sacrificare il bene..
scrivere scrivERE scriVERE ScRiVeRe…
però parole vere
le ho lette respirate
mi hanno fatto credere, sperare in altri mondi
pure poesie liquide e fresche
bevute avidamente dall’anima assetata
parole libri scritti in quei momenti
mentre qualcuno muore un altro sogna
qualcuno nasce spera vive e scrive.
Io scrivo.
Ne ho bisogno.
Un pò di luce filtra e squarcia il velo
E amo immaginare di un’altrove
In cui ciò che scriviamo sia reale
E i nostri giorni solo brutti sogni
Da cancellare e riderne nel sole.
Grazie. A tutti, davvero.

I.... andato ...e II arriva...
non dipende più da me,
qualcuno l'avrà capito....
II
La papessa
Le scale erano vecchie, i marmi resi lucidi dalla consunzione, e c’era un’aria stantia e pesante, mentre arrancavamo verso il quinto piano della palazzina.
Fuori, e per contrasto ancora più evidente, nel silenzio quasi innaturale che ci precluse i suoni fin dall’androne, era la solita bolgia di una metropoli caotica e fibrillante, nel cuore di un immenso formicaio come solo i mercati orientali, o il centro di Napoli, sanno essere.
Parlare di pentimento sarebbe sicuramente eccessivo, ma non ero contento di essermi fatto convincere ad arrivare fin li, questo lo ricordo bene.
___.___
Accompagnavo una donna, una conoscente che era a suo dire, completamente “stregata” dalla capacità che “la vecchia” aveva, di leggerle il futuro con le carte. Voleva assolutamente che io la conoscessi, e che confermassi il suo giudizio, sapendo che da sempre mi ero documentato sulle dottrine esoteriche, pur rifiutandomi di praticarle, convinto che la divinazione relegata alle cose terrene non è il fine vero delle pratiche esoteriche, ma solo un aspetto secondario, un effetto collaterale e fuorviante dell’apertura mentale che la meditazione e lo studio delle scienze occulte deve invece dare al neofito che vi si accosti.
Predire il futuro con i Tarocchi,
equivale per me ad andare
a caccia di passeri nel bosco,
usando come arma un’atomica.
___.___
Bussammo, e ci fu aperto quasi subito.
Una ragazza bruna, sottile e schiva, c’introdusse nella casa, ricordo passammo un corridoio in polverosa penombra, fino alla stanza della veggente, in penombra anch’essa.
Percepii odore di legno di sandalo, un profumo che conosco bene, poiché mi piace molto, lo trovo fresco e inebriante, sveglia i sensi, ma senza aggredirli, è un invito al respiro pacato, ritmico, quieto.
Abituati gli occhi alla semioscurità, la vidi.
Era seduta, quasi affossata, in verità, in una vecchia poltrona di cuoio sdrucita e sul tavolino basso innanzi a lei, le carte, vecchie forse ancora di più degli anni suoi e consumate quanto lei, dalla vita.
Sedetti sul divanetto d’angolo, lieto di non essere l’attore principale ma solo uno spettatore.
La mia amica, di solito logorroica, si era “magicamente” acquietata, mentre occupava posto sulla sedia di fronte al tavolino, mi parve un ottimo risultato, e nel pensarlo un sorriso involontario affiorò sul mio viso.
Fu allora che lei si voltò verso me, e sorridendo, mi restituì un sorriso complice, o così mi sembrò.
Il cuoio della poltrona era meno rugato del suo viso, notai, mentre si sporgeva a fatica, quel tanto che bastò a raggiungere le carte sul ripiano.
La ragazza intanto, discretamente, le riaccomodava i cuscini dietro la schiena, con gesti misurati dalla lunga esperienza.
-mischia e taglia il mazzo- disse, con voce bassa e dolce, una voce che mi fece quasi sobbalzare perché totalmente contrastante con l’idea che mi ero fatto del suo timbro, osservandola.
Mentre la mia amica eseguiva l’operazione, la vecchia mi guardò, o meglio, voltò il capo verso me, era troppo in ombra per capire se gli occhi erano aperti o chiusi, e mi disse che ero un musicista… ma che la musica per me era solo un mezzo per scrivere cose, che quello era il mio modo per raccontarle.
Annuii in silenzio.
Ero seccato per la piega che la situazione stava prendendo, e in particolare, meditavo di scaraventare, una volta fuori, giù dalle scale quell’idiota della mia accompagnatrice, che di sicuro le aveva prima parlato di me.
La “maga” poi, iniziò a descrivere con dovizia di particolari, non so quale complessa situazione amorosa che vedeva coinvolta la mia conoscente, il suo amante, la moglie di lui ..etc..
Stavo quasi per alzarmi e andare via, quando un impercettibile movimento, quasi una sensazione mi fece volgere lo sguardo alla ragazza che, ora nell’ombra più fitta della stanza, mi stava osservando, silente, solo i suoi occhi brillavano, come divertiti, non ne ero sicuro, ma forse per un attimo la sua bocca aveva represso un sorriso.
Mentre guardava me, continuava infaticabilmente a gesticolare impercettibilmente tracciando piccolissimi movimenti con le dita sottili, e, stando alle spalle della “cliente”, solo la fattucchiera, ed io, potevamo vederla intessere mute melodie nel vuoto.
Compresi.
Era Lei che “vedeva”, non la vecchia, solo il riflesso era visibile ai più, la parvenza, la maschera.
Mi sentii onorato, di essere stato ammesso alla rivelazione di quell’evento.
La tensione che sentivo crescere in me, fu allentata, dopo poco, quando dalla porta semichiusa della stanza accanto, una bimbetta, non avrà avuto più di sei anni, irruppe, andando ad abbracciare la vecchia e poi la ragazza, che chiamò mammà.
Due occhi limpidi, grandi, senza nessuna traccia di paura, di sospetto, di timore, gli occhi dell’innocenza.
Piroettò nella stanza, accennando un passo di danza, poi ci seguì, con il passo saltellante e leggero che solo a quell’età si può avere, mentre la ragazza ci accompagnava per il corridoio.
Quell’imbranata della mia amica, forse ancora scossa dalle rivelazioni delle profezie, aveva dimenticato la borsa nella stanza, e la ragazza l’accompagnò a recuperarla.
Restai solo per pochi istanti con la bimba.
Solo il tempo necessario perché mi dicesse, con voce sottile e pacata, che era contenta di avermi trovato lì, quel giorno, perché aspettava un segno, e riteneva che fosse arrivato, con me.
Era la prima volta che sua madre aveva permesso a qualcuno di “scoprire” il “segreto” di chi realmente, conosceva le “cose” dei clienti, e questo per lei, voleva dire che, da domani stesso, o forse stanotte, sarebbero andate via.
-Magari in un posto più bello- mi disse, -dove ci sia una stanza più grande per me, da dove io possa fare i “segni" a mammà, e lei a nonna…-
. . .
___.___
O è già andato...e I arriva...
se si va da qualche parte, naturalmente....
I
Quando lasciai la Casa, uscendo per la prima volta allo scoperto, nel Mondo, non mi voltai neppure una volta.
Ed ancora oggi, non ne sento la necessità.
Era un giorno qualsiasi, di un anno qualunque, ed il cielo non aveva nulla di particolare, nessun segno che
lo rendesse speciale, quindi lo scordai, o meglio, come tutte le cose che proprio perché comuni, quotidiane,
non ti lasciano più ma divengono parte di te, lo portai per sempre nei miei occhi, un cielo infinito e terso,
dove chiunque ancora oggi, può vederci quello che vuole, non trovarci nulla di speciale, disegnarci un mondo,
immaginare una grande Storia, o bruciarsi nel ghiaccio dello spazio siderale;
Una porta, un varco che una volta superato, sparisce, lasciandoti in una dimensione aliena, dalla quale nulla
può farti tornare indietro, mai più.
L’avevo sentita, come altre volte, la musica, di là dal muro di cinta della mia casa d’orfano.
Lontana e lieve prima, poi più vicina e trillante, la immaginavo snodarsi lungo il sentiero nella foresta
circondante la casa, un richiamo per me solo, come una lucente scia di lucciole da seguire,
una chiamata sempre più imperiosa, struggente, incondizionata.
Dal mio giaciglio, avevo la sensazione che le pietre della mia stanza vibrassero internamente, come diapason,
riproducendo milioni di volte il suono che, prima fuori di me, ora era in me, era me stesso, la mia essenza.
Fui fuori, Oltre.
___.___
Nulla mi era stato dato. Nulla portai con me.
Le monache di clausura che mi trovarono, nella cappella del convento, poche parole e scarsi dettami
ebbero per me, nel corso degli anni trascorsi presso di loro.
Di certo imbarazzò non poco la cappella chiusa a chiave come sempre anche quel mattino, e che quell’unica
chiave fosse nel convento, e quindi troppi dubbi, o certezze sulla mia provenienza, e la riservatezza e la
sacralità di quel luogo così almeno fino allora avarissimo d’influenze e contatti esterni, le assoggettarono
ad una tolleranza silente ed una passiva accettazione della mia esistenza presso di loro,
come un fiore selvatico non piantato dalla volontà del giardiniere ma ugualmente vivo, al quale prestare
giusto le cure necessarie alla sua sopravvivenza,
ma comunque non inserito nello schema del giardino, diverso dal progetto, non previsto, certo da non mostrare
ai pochissimi viandanti che vi si trovassero a passare in quel luogo.
Fui così lasciato alla mia fantasia, alle mie emozioni, ai miei voli, più di quanto capiti ai più, su questa terra,
costretti alle regole dalla prima infanzia, agli usi e ai modi, alle convenzioni e ai dettami della società.
Nulla portai con me, tranne questi ricordi.
___.___
Imbruniva, e nel cielo morente voli d’ali tracciavano geometrie incomprensibili alla mente,
ma istintivamente note, familiari, al giovane cuore che pompava imperioso nel petto,
l’urgenza del destino da compiersi.
Con passi elastici, ottusi dal sottobosco odoroso, quasi ritmici, a sincrono con i tamburi e i flauti che seppur
nascosti alla vista, gli tenevano con dolci lacci l’anima, sparì ben presto dalla vista di tutto ciò che gli aveva
dato forma, rinascendo, nell’ora del sole morente, a nuova vita, e un sole nuovo, dentro di lui, resse la luce
del nuovo giorno a venire, la sostenne, la fece sua, per sempre.
Un rosso tulipano, in boccio.
___.___
Nella radura, sembravano aspettarmi.
Senza alcun’urgenza, o trepidazione, ma nell’aria c’era come la consapevolezza di un evento già scritto,
ma non per questo scontato.
Niente ansia o stupore, solo la sensazione di una completezza da realizzarsi, come di pezzi forgiati in maniera
tale che, solo tra loro, sia possibile l’incastro che, senza sforzo o pressione una volta avvenuto, non lascia
neanche traccia del punto d’unione.
Qualcuno tese la mano, invitandomi a sedere, ed io lo feci, e mangiai con loro per la prima volta, sotto il cielo giusto,
nella radura dove la gente del circo si era fermata, quella notte d’agosto.
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Il canto del Bagatto
Ora sono io,
che incanto il Mondo intorno,
sul tavolo è già pronta la mia scena
seduco
poiché il silenzio
ha generato frutti
che ad occhi umani paiono prodigi
ma è solo l’apparenza
di un misterioso evento
il primo passo per l’ignoto corso,
la base, il trampolino per la Storia
con la bacchetta
li piegherò al mio volere
coagulando in aria
altre realtà
la coppa sarà piena
di saperi inesprimibili
promessa di poteri inenarrabili
la spada penetrerà l’ignoto
per trarne conoscenza
ché solo osando puoi avanzare ancora
mi copriranno d’oro
per quello che vedranno
credendo di capire
ma quando svanirò
quanto di più
ne avran saputo?
Nulla.. o meglio…
il suo Principio.
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PRO_LOGO?
Sono ventuno, più una che è zero
Formano insieme una storia incantata
Una per una te ne parlerò
Ma il vero senso di quello che dico
È nella voglia che tu hai di Te
Tu hai le chiavi di tutte le porte
Io canto solo ciò che vedo in Te
Non darmi quindi né colpe né plausi
Sono lo specchio
Un riflesso del Se
..Nulla ti obbliga a leggere tutto
Nulla ti tiene legato qui..
Ma se poi insisti e rielabori il tutto
Forse il segreto di vivere è qui.
Nulla mi era stato dato.
Nulla portai con me.
O
Il vuoto assoluto.
Talmente incommensurabile da essere inesprimibile, totale.
Nulla che si possa dire del prima.
Cancellato.
Niente tempo.
Quando il pensiero si espande così, non c’è rischio, ma la certezza assoluta che nulla dopo sarà uguale,
anche la stessa sensazione d’espansione, la consapevolezza di essere un punto definito in uno spazio, perde di valore, senza riferimenti la ragione si perde, la memoria s’infrange, frammenti atomizzati di coscienza cosmica, una luce tanto forte che niente può rifletterla, quindi come il buio totale, eppure vedi oltre te, entro te, tu sei il cosmo e parte di esso e lui è parte di te, infinitesimale macroscopico tutt’uno…
Nessun riferimento spazio-temporale, ma senti di esistere, sospeso in te eppure fuori, oltre.
Completamente avvolto, anzi, parte di una miriade di luccichii d’arcobaleno, e sei uno di essi, ed essi si riflettono in te, mentre la tua essenza è pervasa come da un suono, che vibra ovunque, è in tutto, come se tutte le possibili manifestazioni, le cose, gli esseri, avessero voce, e la emettessero insieme e anche tu, anche tu stai vibrando..
E provi tutto l’amore che si può desiderare, un’armonia perfetta, senza nessuna regola o alternativa, unione suprema poiché indivisibile …
Poi…
Una voce…
La senti dire…
-se questa è la morte, non è brutta, anzi… è bellissima..-
ma nel sentirti pronunciare questa frase, un’altra voce, ti dice:
-ma io ho ancora tanto da fare, su questa terra.. alzarmi e uscire giù in strada, vedere persone, amare, ridere, conoscere ed avere esperienze, respirare i profumi di una primavera ancora da venire, custodire il segreto di un amico, veder nascere un bambino.. forse è ancora presto…voglio ancora vivere come ..so-
E mentre comprendi che le voci che odi sono le tue, quando ne acquisti consapevolezza…stai già rientrando in te, nel tuo corpo, ne senti l’odore, fletti i muscoli che guizzano obbedienti alle sollecitazioni di sempre, avverti un respiro roco, è il tuo, cola il sudore e non hai mosso il tuo corpo di un centimetro, ma l’orologio che segna implacabile il tempo di questo luogo, ti mostra che per due ore sei stato altrove, solo alcuni residui sfarfallii luccicanti e un suono impercettibile e decrescente, ancora ti richiama a ciò che poteva divenire, e non lo scordi più, e non sarà mai più lo stesso, mai più..
Non ne parli praticamente mai, qualche decennio fa ti avrebbero rinchiuso in manicomio, o esorcizzato, o beatificato…o deriso, evitato..
Ma ti piace, a volte, all’angolo del ricordo, quando imbrunisce presto o nelle lunghe notti d’estati sognanti e gravide di grilli infaticabili, ti piace immaginarti come il Matto delle carte, un piede sulla terra e l’altro lì nel vuoto, sospeso, che non si sa se il passo farà innanzi o indietro, che poi, trovami uno, ma uno solo, che sappia dirti, che differenza fa tra questa vita e l’altra…
Nessuno sa dove conduce il Viaggio
Neanche giurerei sulla partenza
Figurati l’arrivo se lo vedo..
Ma ancora a volte luccica negli occhi la follia..
Sì,...
sono tornato!
ma ricomincerò a "pubblicare" il 3 settembre.
nel frattempo passo a trovarvi,
che mi sembra oltre che doveroso,
giusto, e molto ...piacevole!!
;-)
A PRESTO, BLOGGER!!!
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