5

La maturità..
ore ed ore a cercare di ricordare nozioni, date, eventi, frasi immortali degne di essere citate,
commentate, dire cose che facciano capire che si è maturi, preparati per la vita che
aspetta fuori.
Almeno così dicono, che aspetti fuori, difficile che ti dicano la verità, il professore dell’attimo
fuggente è un soggetto raro, di solito al suo posto ti spetta un frustrato senza più speranza,
un disincantato e acido represso, un professore sottopagato delle superiori, insomma.
Ore di scuola, anni passati a crescere, a lievitare come pasta per pane e respirare speranze
e sogni di voli futuri..
Quell’anno ebbi un professore d’italiano atipico. Era un giornalista e aveva un modo diverso
di raccontarci le cose, non aveva del tutto perso le speranze, nell’uomo e la sua umanità.
Lesse le mie poesie, e mi incitò a continuare ad insistere.
Mi faceva leggere in classe i miei temi davanti a tutti, cosa che mi fece odiare da un terzo
della classe, invidiare da un altro terzo, e amare dal resto.
Mi disse: -Porta le tue poesie all’esame, te le faranno commentare.-
Ovviamente non gli credei, e ovviamente la presidentessa me le chiese, furono istanti di panico
–ma come il suo prof. le chiede di portare le poesie e lei non gli da ascolto- forse persi qualche
punto finale, perché non avevo creduto fosse possibile.
V. intanto si era disintossicato quasi del tutto, e aveva messo anche un paio di chili, le giornate
erano piene di quella luce che ti fa sentire l’estate prima ancora che vengano le vacanze, e si
fanno scelte e sogni per il futuro, come se le cose dipendessero solo dalla propria volontà.
Appena finito l’esame, partimmo io e due amici e compagni di classe per Procida, tre giorni di
festeggiamenti, bevute, scottature solari e parole parole parole..
Mi dissero che era uscito quella mattina, lui e Peggy che gli trotterellava accanto.
Bastarono un incontro sbagliato in un momento di debolezza, e tutto si liquefece.
10 minuti di contrattazione un risalire a casa e rubare centomila che cambiano proprietario, e
il pusher bastardo che va via in fretta, sapeva che Vincenzo era debole e che difficilmente
avrebbe resistito alla tentazione (so per certo che ora è in galera per un’altra storia, ergastolo
e se dovesse uscire prima gli hanno giurato una fine violenta e dolorosa, ma oggi credo che sia
solo un anima povera, anche se l’avrei ucciso con le mie mani)
lo trovarono sul cesso del Monaldi *
le braghe calate e l’ago in vena
overdose dissero
vuol dire che la dose era eccessiva
o che la vita non fu sufficiente, dico io
o che non seppi più tenerti a terra
ma io ero un bambino allora
e il filo che tenevo mi sfuggì..
perché alcuni restano schiacciati in terra
ed altri volano leggeri più dell’aria
è ancora oggi un filo che mi sfugge
per andar dove poi?
a fare cosa?
a farsi che?
Io penso ai tuoi disegni
ed al quaderno
che sfoglio raramente in verità
ci son le prove delle firme false
occhi di uccelli liberi
sui fogli
Lo troveremo mai un senso a tutto questo?
non so
non credo
non lo spero più.
E tu?
Tu avesti un occasione
e la bruciasti
o forse sbaglio:
fosti tu,
la mia.
Ho scritto un poco la tua storia
e questo
mi fa sentire meglio dopo anni
Non so se possa essere d’aiuto
per me lo è stato scrivere di te
vivo la vita e l’amo e credo ancora
che fu per troppo amore che sbagliasti
ti dedico la fine della storia.
la tua.
* il Monaldi è un ospedale di Napoli
4

Vincenzo disegnava bene, con una precisione ed una accuratezza che nella
vita non ebbe mai, almeno per le cose che tutti riteniamo importanti, necessarie,
indispensabili.
Tracciava a matita, chiaroscuro fitto_fitto, niente spazi vuoti, animali
e soprattutto uccelli.. pettirossi, merli, allodole, falchi..e poi daini, camosci,
stambecchi leggeri e saltellanti, cani e alci, lupi. Figure umane mai, tranne una volta,
sul suo quaderno stipato nell’onnipresente tascapane, vidi che si era ritratto, di spalle
ma inconfondibile anche sul foglio, in quella sua postura sghemba e caracollante,
con il suo bastardino accanto, lungo un sentiero appena abbozzato a perdersi nel bianco.
E poi Natale, e scoprire che non ci sono lampadari in casa perché
–Enzo li rompe tutti, con il manico della scopa, dice che sono inutili e mostruosi-
li frantuma nell’unico atto di violenza fisica esteriore che abbia mai manifestato, escludendo
quella che sistematicamente attua su di se, giorno dopo giorno.
E come in una scena da film dozzinale che tale l’avrei reputato se l’avessi vista al cinema,
troppo scontata e pulp, una trovata di pessimo gusto di quelle che ti viene voglia di uscire
prima della fine e farti rimborsare il biglietto alla cassa, con questi occhi ho visto nella cucina
di sera, vividamente illuminata dal neon, l’ho visto uscire dal bagno, strafatto incosciente
più del solito tanto da non rendersi conto di non aver estratto la siringa dalla vena,
e strascicando i piedi fare una carezza in testa alla sorellina, e le gocce di sangue cadere
nel piatto del brodo vegetale, diluendosi, scomparendo.
E l’armadietto di ferro della sua stanza, zeppo di fanali d’auto, i fili stracciati in malo modo.
Li rubava, ma non li ha mai rivenduti, a volte immagino ancora con un sorriso a quante auto
avrà “accecato”, ed altrettante bestemmie avrà preso dai proprietari.
Auto che nella notte di questa esistenza, senza fari, ti rendono il percorso ancora più
pericoloso e oscuro…
Iniziò a scalare il metadone, Vincenzo C. per la prima volta da quando aveva iniziato
a drogarsi, lentamente, faticosamente.. ma non voglio vi illudiate come feci io,
che sia finita così, non è un film a lieto fine non è una favola...
questa è vita.
Forse.
[to_be_continued (ultima puntata domenica)]
3

Si era a novembre inoltrato, ricordo che quell’anno il freddo era impietoso, e l’aria pungente arrossava le gote delle ragazze, con le loro calzamaglie doppie e i guantini a mezze dita di lana colorata…
..credo di avervi amate tutte, ma proprio tutte, quell’anno..
Era l’anno del mio esame di maturità, l’anno in cui comunque si sarebbe addensato tutto il lavoro di quei cinque anni di studio, e pur senza ammetterlo, un pò tutti eravamo tesi per l’esito finale, e per la nuova vita che il dopo ci avrebbe riservato..
Nella mia di vita, ho fatto tante cose, ed ancora più spesso, nel momento ritenuto dai più “sbagliato”, non opportuno, meno conveniente.. ma in tutto quello che ho fatto ci ho messo il cuore, e non cambierei un passo, delle scelte importanti, e ho pochissimi rimpianti, perché ho amato, davvero.
Decidemmo di aiutare V., di stargli vicino, e cercare di farlo desistere dal suo lento inesorabile declino, fisico e psichico.
Eravamo 4 amici… dopo 2 settimane ne rimase uno solo.
Io.
Non fu semplicemente altruismo il mio, e non fu solo egoismo, quello di chi non tornò;
le meccaniche del cuore sono ancora da scoprire, ed anche il mio ego aveva bisogno probabilmente, di sentirsi utile a qualcuno, a qualcosa, fare del bene per nulla, senza apparente ritorno, che invece c’è sempre, oggi scrivo e sono così anche per questo, ad esempio.
Ricordo bene le perplessità dei miei, preoccupati e molto, quando gli spiegai dove andavo i pomeriggi e a volte fino a sera tarda, per quella che loro ritenevano una battaglia se non persa, difficilissima e pericolosa, per me.
- ..Ma tu quest’anno hai l’esame…..ma non sarà troppo pericoloso?....e se chi gli procura la droga non accettasse di vedersi sottrarre il “cliente”?....(e se invece di aiutare lui, cominciassi tu, a drogarti?)….e se ti prendi qualche malattia, attento a quello che tocchi, agli aghi, ..(all’aria che respiri)-
Li tranquillizzavo come potevo, che l’esame era una quasi formalità, che pericoli non ce n’erano poiché la roba la ritirava al presidio medico, era sotto metadone, che spacciatori non ne esistevano quindi, che respirando non si prende l’Aids, e che amavo troppo la vita per drogarmi anch’io, e che ancora oggi credo che più che uno spot o un simposio contro l’uso delle sostanze stupefacenti, sarebbe efficace un giro in un ospedale o un centro dove ci sono tossicodipendenti in condizioni limite, ti passa la voglia di provarci a drogarti, e quegli occhi, e i loro sguardi, non te li scordi più, mai più, mai, più..
Non dissi loro che non eravamo più in quattro a cercare di fare qualcosa per tirarlo fuori, omettere è come mentire, ma è più facile e spesso meglio digeribile dalla coscienza.
Vincenzo mi raccontò come aveva cominciato a farsi..
La morte di suo padre, quando lui aveva solo 15 anni, lo sbandò completamente.
Qualcosa, qualcuno dall’alto, lanciò una boccia e e il pallino schizzò via, la partita cambiò del tutto, l’universo e le sfere carambolarono cambiando l’assetto, il gioco della sua esistenza… rotolò ai bordi della felicità, e non rientrò mai più nel suo disegno.
Quando morì suo padre aveva un amico, Vincenzo, di 3 forse 4 d’anni più grande di lui, quando io entrai nella sua vita era già morto di overdose, fu lui a rubare dei ricettari ed un timbro lasciati incustoditi su di una scrivania in un grande ospedale, ed insieme falsificarono le firme per avere le pillole… furono anni di pasticche, Tavor soprattutto, schiacciate e inalate, e uno sciroppo per la tosse, che preso in dosi massicce ti diluiva anche il cervello, a volte ci scherzava, con me, e mi diceva:
- devi ammettere che sarò anche messo male, ma non ho mai, nonostante i 2 pacchetti di sigarette al giorno, mai fatto un colpo di…tosse! -
Poi, intorno ai suoi diciotto anni, la svolta:
Un medico che senza neanche visitarli, ne lui ne il suo amico, gli prescrisse 47 fiale di metadone settimanali, certificando che quello fosse il loro fabbisogno per la terapia di disintossicazione.
Furono mesi di “paradiso”, non si erano mai bucati, e le fiale rivendute al mercato nero, fruttavano soldi e pillole in quantità…
Poi, la tentazione…
- ce ne facciamo una in due, e il resto lo vendiamo… che vuoi che sia una a te e una a me e il resto via… tre, quattro pere al mese non è certo dipendenza… 25 le vendiamo e il resto in vena fanculo_a_tutto…-
e poi non bastano più, e ancora e ancora.. e mamma che va a lavorare tutto il giorno e non capisce non immagina neppure…
e tua sorella più piccola ha tre anni e gioca con te senza chiederti nulla, e tua sorella più grande è sempre fuori città impegnatissima attivista di estrema sinistra, e non ti vede proprio, e tu cerchi di non farti vedere, e ci riesci benissimo…
Quando entrai nella vita di V. sua sorella maggiore aveva già ucciso il suo obiettivo, e scontava la sua pena in un carcere di massima sicurezza.
Io lo seppi dalla digos che mi mandò a chiamare.
(to_be_continued)
2.

..Mille_uno-mille_ddue-mille_e_ttre…
….Mille_uno-mille_ddue-mille_e_ttre…
…Respira…. Ma è davvero così facile, a volte, far tornare in vita qualcuno? L’ho fatto e ha funzionato.
Solo a volte.
Con nonna non mi riuscì, la gonfiai d’aria e d’amore ..Mille_uno-mille_ddue-mille_e_ttre…aria…..Mille_uno-mille_ddue-mille_e_ttre…amore.. ..Mille_uno….mille_ddue……mille..
Ma come un palloncino bucato, non tratteneva più nulla, l’anima stanca le sfiatò via dagli strappi, dalle lacerazioni, dai buchi che l’esistenza le aveva causato e spirò in quel letto d’ospedale..
Con Vincenzo funzionò, quella volta, qualcuno ci indicò il palazzo dove abitava, e lo portammo a casa.
Alla porta ci aprì sua sorella, una dozzina d’anni e uno sguardo da farti sentire in colpa senza motivo, ma forse il motivo c’è sempre, solo che non lo ammetti con nessuno, neanche con te, fa troppo male.
-Mamma è al lavoro, torna nel tardo pomeriggio…-
Mentre parlava ci faceva strada, nel corridoio illuminato da una lampadina nuda e penzolante dal soffitto, mentre parlava guardava suo fratello con un viso rassegnato e triste, e un altro me guardava tutti noi dall’alto, come sospeso, io che lo tenevo per le ascelle ma piano, per non romperlo, la stanza spartana, letto_sfatto e armadietto di ferro, dispense colorate di enciclopedie di animali, uccelli soprattutto, fogli di carta dappertutto, ..e intorno alla stanza il palazzo, e intorno al palazzo le strade della città, che si trova sulla terra, la terra che è un pianeta sai, che gira intorno al sole, che è un astro, tra i miliardi di soli di questa galassia…
..lo sedetti sul letto, cosa altro potevo fare? Avevo pensato di attendere che rientrasse sua madre, o lui stesso, ma non trovavo neanche più le mie sigarette in tasca, figuriamoci il coraggio.. me ne andai, per quella volta, ma dentro sapevo che non finiva lì, no, non finivalì, ancora.
(to_be_continued)
1.
Vincenzo C.
Suonavamo nello scantinato di un palazzo nel parco dove abitava
una delle mie coriste.
Avevamo rivestito i muri con quei cartoni sagomati che preservano
le uova dalla rottura nella speranza di migliorare l’acustica, ma sul
risultato preferisco tacere, per pudore.
Di sicuro, migliorava l’aspetto complessivo, almeno visivamente dava
l’impressione a noi ed ai nostri fan che fosse una “saletta seria”, con tutta
quella cavetteria coloratissima sparsa e serpentiforme dappertutto, le cicche
a galleggiare nel dito di birra residuo in bottiglie poggiate sugli amplificatori valvolari,
qualche poster al muro di gruppi “tosti”, e soprattutto tanta, tantissima voglia di suonare.
E lo facevamo con impegno, 3 volte la settimana, due delle quali a “porte chiuse”,
per provare i pezzi nuovi, e una dove permettevamo agli amici di presenziare.
D’estate era un forno, e d’inverno…pure, ché i tubi della caldaia del riscaldamento
condominiale passavano nudi, proprio li dentro.
Spesso, fuori il sottoscala, qualcuno restava a ciondolare e fu lì che lo notai la prima volta,
con i suoi vestiti fuori stagione, faceva già fresco in quell’ottobre, per indossare solo
un jeans e una shirt, ma lui non sembrava accorgersene.
E forse non si accorgeva neanche di noi, almeno non del tutto, poiché era talmente “fatto”
che, come in una danza tristissima, continuava ad andare avanti di un passo e mezzo,
e indietro di uno, molleggiando le gambe, sempre in precario equilibrio, come fosse
la cosa più difficile del mondo, restare in piedi intendo, non vivere,
quello è praticamente impossibile.
Non era dei “nostri”, non lo conosceva nessuno, se non di vista.
-è un tossico che abita da queste parti, mi sembra nel palazzo fuori al parco,
credo di non averlo mai visto in condizioni migliori di queste…-
così mi disse Sara, che in quel periodo frequentava assiduamente la saletta,
nella speranza di combinare qualcosa con qualcuno di noi, non ricordo bene con chi,
forse con tutti.
I capelli biondo-cenere tagliati in malo modo e all’apparenza unti, gli ricadevano
a ciocche sul collo, appena a sfiorargli le esili spalle e una frangia gli copriva gli occhi,
che comunque s’intravedevano a tratti, due fessure appena dischiuse,
impossibile carpirne il colore.
Una bisaccia color polvere,di chiara provenienza orientale, e che di certo aveva
conosciuto tempi migliori, completava la sua tenuta, e pendeva floscia, mentre
batteva aritmicamente sul fianco ad ogni pauroso sbandamento della ipnotica
ed involontaria danza del suo possessore.
Stavo per rientrare dentro, ma nel mentre mi giravo verso le scale,
con la coda dell’occhio lo vidi avvitarsi lento, e come un cencio afflosciarsi al suolo,
senza un suono.
La scena mi ricordò e si sovrappose a mille altre viste in televisione o al cinema,
e non sentii molta differenza nel cuore, forse perchè a diciotto anni neanche compiuti,
la vita, se sei fortunato, ha avuto poche occasioni per farti sanguinare l’anima,
e l’uniche pene che conosci sono quelle d’amore, ma un amore neanche troppo denso,
da succhiare con la cannuccia a bordo-vita, tra una cosa e l’altra, e non pagare il conto,
magari scappare via, prima che te lo presentino…
Cadeva tanto lento, quasi l’aria fosse densa come colla, che riuscii a fare tre metri
e mettergli una mano dietro la testa e con l’altra agganciargli la maglietta, impedendo
che battesse al suolo a corpo morto, anche se gli occhi slavati e liquidi,
colore del ghiaccio d’inverno, di vitale avevano ben poco, inconsapevoli di qualunque cosa,
anche di essersi spalancati
e un po’ rivolti all’indietro a fare muro al cielo impietoso, color pervinca.
- cazzo, è..morto?-
-non credo, rantola… forse ..ma russa!-
Si era addormentato, ma sotto le narici, residui di polvere bianca
firmava l’esatta dinamica degli eventi.
…dormire,..morire forse….
(to_be_continued)
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